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Il nostro Big Bang

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“Dlindlindlin” – e adesso chi è? Mi sono appena seduta sul divano, e dopo aver apparecchiato, nutrito, sparecchiato e rispedito i vignaioli in vigna, inizia la mia mini pausa post pranzo.

Ma no, squilla il telefono...una mail? Chi vuole cosa da me? E soprattutto perché lo vuole ORA?

Messaggio o meglio Whatsapp, mia cugina.

Il messaggio dice: “ Abbiamo trovato le foto vecchieeee” .

Rispondo: “rive”.

Con scatto atletico (atletico si fa per dire) mi alzo dal divano – sì perché se si tratta di lavoro non c'è mini pausa post pranzo che tenga, se poi ci aggiungiamo anche la passione per il lavoro che fai non c'è divano che tenga.

E se ci sono di mezzo pure la famiglia, la nostra storia, le nostre tradizioni, non ce n'è proprio per nessuno.

Nossignore, lo scatto atletico ci sta tutto.

Apro la porta percorro, a tre a tre i 15 scalini che mi separano dalla casa di mia cugina.

Busso.

Entro, mia cugina e mia zia sono sedute in cucina e se la ridono di gusto, sono sommerse da foto in bianco e nero, ingiallite, sbiadite, grandi, piccole, rotte, piegate ma con quel profumo di credenza della nonna indimenticabile per qualsiasi bambino e dovreste sentirlo anche voi, dato che se non sbaglio, una volta, bambini, lo siamo stati tutti.

 

Dopo esserci soffermate sulle innumerevoli foto che ritraggono le sorelle De Bacco in varie pose (in particolare abbiamo zie sulla neve, zie con le amiche, zie in montagna, zie con il cane, zie in macchina e zie “everywhere” in pratica, eh le mie zie sono sempre state un po' narcise “inside”), arrivano le foto serie, quelle che parlano di lavoro, di sudore, di pali portati a spalla, di ceste colme, di vendemmie, di panini con la sopressa, di giorni in cui si faceva fatica ma di quella fatica che se ne va la sera, quando dopo un piatto di “menestron”il capotavola dice: “Son content, avon fat en bel laoro” e tutti possono andare a letto e addormentarsi in tempo zero, testa sul cuscino, bolla al naso e via domani si riparte. Sì, perché il corpo è stanco ma la mente è serena, libera.


Sposto la foto di una parente emigrata in Brasile non si sa bene quando e non faccio nemmeno in tempo di pensare ad una possibile “carrambata”, una cosa tipo fornitura di vino gratis in cambio di una settimana in Brasile, che passo alla foto successiva.

“GIUSEPPE DE BACCO”                                                                                   

Silenzio.

“Elo chi?”

Zia : “ Vanduja”

Doppio silenzio.

“Vanduja?”

Volete dirmi che questo tizio distinto con i baffetti, lo sguardo vispo e quel mezzo sorriso di chi la sa lunga è il nostro Bepi Vanduja? Quello da cui è partito tutto?

Quello che ha piantato la nostra prima vigna?

Quello che hanno ritrovato addormentato o meglio ubriaco con una vipera in faccia?

Quel pazzo che dormiva in vigna e spaccava tutti i sassi del vigneto con il martello affinché fosse tutto perfetto?

Ebbene sì, Signore e Signori vi presento Bepi Vanduja.

Il nostro Big Bang.


Ora che lo guardo, vi dirò, lo facevo più grosso, più rustico, più sporco.

E invece guardalo lì, il come volevasi dimostrare del contadino con le scarpe grosse e il cervello fino.

Elegante, distinto che sprizza astuzia da tutti i pori.

Del resto è stato lui ad avere l’intuizione di piantare quelle barbatelle di Gata, Pavana e Bianchetta di cui noi oggi andiamo tanto fieri.

E’ stato lui a lasciarci quel patrimonio inestimabile che noi oggi abbiamo il dovere di preservare e rispettare.

Non resisto, prendo il cellulare, scatto (altro che selfie), subito whatsapp a mio fratello.

Risposta : “ L’atu catada dove????? Incornisarla subito”.

Ok, questa si può incorniciare veramente, non come quella volta che abbiamo ritrovato il gilet di Bepi fatto di lana di pecora pieno di macchie di vino e la proposta di mio fratello della cornice mi era parsa eccessivamente trash.

Ma ci pensate? Che c’azzecca un gilet di lana con whatsapp?

Sarà questa cosa del vecchio e del nuovo, questo connubio tra tradizione e innovazione che ci fa svegliare ogni mattina con la voglia di continuare quello che Bepi aveva iniziato. Sarà questo a darci la forza, a non farci considerare nemmeno per un secondo la possibilità di arrenderci nonostante tutte le difficoltà che ogni giorno dobbiamo affrontare. Sarà questo che ci spinge ad andare dritti per la nostra strada.

La foto parla chiaro: Vanduja lo sapeva che sarebbe andata così, sapeva di aver fatto una grande cosa, sapeva che le sue fatiche non sarebbero state dimenticate.

Bepi Whatsapp non ce l’aveva, ma un messaggio ce l’ha lasciato lo stesso.

Quel mezzo sorriso sembra proprio dire “ Mi ho fat tut quel che podei. Ades boce toca a voi.”

 

Grazie Bepi.

                                                                                                                                                                                                  Valentina

 

 

 

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